Paolo Chiavacci Giorgio Babbini Sebastiano Severi Filippo PantieriLontano da riflettori abbaglianti e con le armi posate della musica da camera si è chiusa sabato 25 novembre la quarta edizione di ‘Passioni in Musica’, rassegna promossa da 50&Più della Provincia di Forlì-Cesena, con la collaborazione della Confcommercio di Forlì. Tenebrose Metamorfosi del ‘900. Quattro meditazioni sulla fine del Tempo è stato l’ultimo appuntamento di quest’anno in cui i due direttori artistici Filippo Pantieri ed Andrea Panzavolta hanno scelto come tema 'Metamorfosi. Passione del mito' per celebrare il bimillenario della morte di Ovidio, autore delle Metamorfosi. Nel concerto conclusivo le parole di Panzavolta si sono alternate al Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen, eseguito dal violinista Paolo Chiavacci, dal clarinettista Giorgio Babbini, dal violoncellista Sebastiano Severi e dal pianista Filippo Pantieri.

Già la sua genesi rende quest’opera una delle composizioni che meglio hanno saputo dare conto degli orrori del ‘900: essa infatti fu scritta nel campo di concentramento di Görlitz, in Slesia, dove l’autore era rinchiuso. Nella baracca 27, ad una temperatura esterna di 15° sotto zero, essa fu eseguita per la prima volta il 15 gennaio 1941 da Henry Akoka al clarinetto, Etienne Pasquier al violoncello, Jean Le Boulaire al violino e dallo stesso Messiaen al pianoforte.

Andrea Panzavolta Erano condizioni estreme, che sembravano segnare la fine del tempo e che richiamarono nella mente dell’autore l’Angelo dell’Apocalisse che apre il settimo sigillo, gridando «con voce da leone» che «non c’è più il Tempo». Proprio le sofferenze dell’Angelo sono state evocate da parole e musica: quest’Angelo, il cui sguardo racchiude la totalità del tempo, ha rivelato tutta la sua umanità Soprattutto nelle parti di clarinetto e violoncello l’uso delle dinamiche ha evidenziato come questa partitura sia una dolcissima ed al contempo disperata ricerca di dignità, che si concretizza nell’estremo tentativo di ricorrere alla melodia. Tutto però era ormai vano: milioni di uomini erano già stati trasformati in insetti dalla follia nazista. L’ultima metamorfosi era compiuta, «non c’è più il Tempo». Più che la staticità delle strutture ritmiche ed armoniche l’esecuzione forlivese ha messo in luce la drammaticità della partitura: i quattro strumentisti sono riusciti ora a fondersi quasi in un unico timbro, ora a creare con la dinamica una tensione al limite del parossismo in cui si avvertivano le angosce del ‘900 che gravano ancora sul nostro presente. Anche per questo gli organizzatori hanno voluto dedicare il concerto a tutti coloro che sono stati assassinati nei campi di concentramento di ogni tempo e di ogni luogo. Il numeroso pubblico ha percepito l’emozione, come hanno testimoniato i lunghi applausi.