Ex GILÈ sempre difficile fare i conti con la storia e con le sue tracce, soprattutto quando esse sono dissonanti rispetto alle scelte del presente. È questa una delle sfide di ATRIUM, che mira a fare ragionare la città di Forlì sulla presenza nel suo tessuto urbano dell’architettura che si è sviluppata durante la dittatura fascista. Questa è stata una delle tematiche della nostra conversazione con uno dei promotori del progetto, Patrick Leech, docente di Lingua e Letteratura Inglese alla Scuola di Traduttori e Interpreti ed ex Assessore alla Cultura del Comune di Forlì.

Cos’è il progetto ATRIUM?
Richiederebbe una trattazione molto lunga. Cercherò di essere conciso.

ATRIUM è un tentativo di sviluppare una rotta culturale europea su un argomento difficile, il patrimonio fisico “dissonante” dei regimi totalitari. In altre parole, le dittature europee che hanno caratterizzato lunghi periodi del XX secolo hanno lasciato segni tangibili in molte città. Queste tracce sono spesso volutamente ‘dimenticate’ in quanto richiamano un passato in netto contrasto con i principi democratici delle nostre società attuali. ATRIUM vuole gettare luce su queste ombre per diversi motivi.

Quali sono gli obiettivi?
(1) Si tratta di un’opportunità per guardare e riflettere sui regimi che hanno prodotto queste tracce; (2) è un modo di riappropriarsi di spazi ed edifici che comunque caratterizzano fortemente molte città europee; (3) si vuole focalizzare l’attenzione anche sulla storia complessa dell’architettura e dell’urbanistica del XX secolo; (4) si vogliono esplorare modalità diverse ed innovative di un turismo sostenibile (non ‘solo’ il turismo balneare o di massa).

Come ha risposto Forlì?
La città di Forlì ha risposto in modo molto positivo. Questo soprattutto rispetto ad una serie di soggetti di produzione culturale contemporanea che hanno visto in ATRIUM un’opportunità di esplorare forme di attività culturale strettamente legate agli spazi che caratterizzano la città. In generale, la città ha accolto bene l’idea di cercare di rivisitare il patrimonio dissonante del Fascismo in una chiave assolutamente anti-fascista e democratica.

Palazzo delle PosteCome evitare il rischio della celebrazione del fascismo?
Il rischio di cadere in una sorta di apologia per il Fascismo c’è, inutile negarlo, se non si ha chiara la consapevolezza del rischio, se non si adottano continuamente precauzioni, se non ci si chiede ogni giorno quale messaggio stiamo trasmettendo. Potrà sembrare eccessivo, ma senza questa vigilanza continua non potremmo essere sicuri della legittimità del nostro percorso. Soprattutto, di fronte ad un visitatore ‘nuovo’, se non si esplicita fin dal primo momento il punto di vista di ATRIUM esiste sempre una reale possibilità di equivoco. Inoltre, se la chiave dell’interpretazione dell’oggetto non include una forte componente di contestualizzazione e critica storica, si rischia sempre di cadere nella ‘trappola’ di estetizzare le tracce architettoniche e di non prendere in considerazione appieno la narrazione complessiva della città, il suo sviluppo e la storia del fascismo. La chiave per non cadere nella celebrazione del fascismo, quindi, è quella di abbracciare e sviluppare la piena consapevolezza storica riguardo all’oggetto.

Quale è stata la collaborazione con gli altri paesi europei?
La collaborazione con altri paesi è un elemento costitutivo della Rotta europea che, per essere riconosciuta dal Consiglio d’Europa, deve operare in almeno tre paesi diversi. ATRIUM si basa, in questo momento, su una collaborazione forte fra Italia (Forlì e dintorni, ma anche Tresigallo nel Ferrarese), Croazia (Labin, Rasa e Uble) e Bulgaria (Sofia e Dimitrovgrad) e Romania (Iasi). Il punto di partenza è Forlì, la ‘città del duce’, ma la forza vera del progetto sta nelle sue capacità di comparazione internazionale, nel riconoscere delle similitudini con situazioni analoghe (ma diverse) in altre parti dell’Europa. Chiaramente si tratta del fulcro di un progetto di itinerario europeo, ma credo che ancora la città di Forlì non abbia colto appieno questa dimensione.

Piazzala della Vittoria\L’architettura razionalista ha cambiato il tessuto urbano di Forlì?
La città, come si sa, è stata fortemente plasmata dallo sviluppo urbano degli anni ’20 e ’30. Il progetto del fascismo era chiaramente di spostare l’asse portante da Piazza Saffi a Piazzale della Vittoria e al viale Mussolini (ora Viale della Libertà). Questo sviluppo mette Forlì in una posizione forse unica nell’Emilia Romagna, quella di narrare una parte importante della storia del Fascismo e del XX secolo italiano.

Il futuro di ATRIUM …. Quale ruolo ricopri adesso?
Non ho più un ruolo politico nel progetto - la Presidenza è passata nell’aprile 2016 all’attuale Assessora di Forlì, Elisa Giovannetti, eletta dell’Assemblea dei Soci. Trovo giusto che la presidenza dell’Associazione sia coperta da una figura che è la diretta espressione dell’Amministrazione della città dove ha sede l’Associazione. Mi hanno fatto l’onore di nominarmi membro del Comitato Scientifico, ruolo che copro con grande piacere. Sarà mia cura in particolare cercare di ampliare -e rafforzare la dimensione europea del progetto.

Secondo te come si è integrata l’università nella vita forlivese?
La storia dei rapporti fra università e città è una storia complessa. Il nostro modello di Bologna, una città prettamente universitaria, è a mio avviso un’eccezione e non la norma. Anche città con una storia fortemente legata all’Università come Oxford e Cambridge vivono spesso dei dissidi e conflitti fra “town” e “gown”.  Quindi, il sogno degli amministratori romagnoli di importare l’università nelle  loro città è stato, sì, una sogno lungimirante ma altresì qualcosa di complicato e che va ancora portato avanti con forza ed intelligenza. La chiave, a mio parere, sono le persone, le ‘risorse umane’. Finché la città vive l’insediamento dell’Università come opportunità di sviluppo edilizio o fonte di introiti costituiti da spese degli studenti non sfrutterà appieno l’università. Nello stesso modo, finché l’Università di Bologna considera Forlì (ma la stessa cosa si potrà forse dire anche di Cesena, Rimini e Ravenna) come mero ‘overflow’, un decentramento per rispondere alla saturazione dei corsi di laurea a Bologna, le vere potenzialità del territorio non verranno sfruttate. La chiave, a mio avviso, è il paziente lavoro di interrelazioni fra gli studenti, i docenti, il personale tecnico-amministrativo e il tessuto culturale e sociale della città. Credo che siamo ancora agli inizi.

Campus UniversitarioQual è la tua opinione sul nuovo campus?
La struttura del campus è molto bella, attrae molto e per la prima volta mi sento, come altri docenti, di insegnare in una struttura costruita appositamente per l’università. In questo senso penso che si tratti di un elemento fondamentale per lo sviluppo dell’Università di Bologna a Forlì. Ma l’hardware non basta; è il software, l’attività culturale di didattica, ricerca e “terza missione” (impatto sul territorio da parte dell’Università) che è fondamentale.

 

Forlì vista da un inglese che ha avuto anche un incarico nella amministrazione della città, come vedi ora la vita culturale forlivese?
Domanda da 100.000 dollari! Vedo una città con un enorme interesse nella cultura soprattutto dal punto di vista della produzione. Non so quanto Forlì (ma si potrebbe dire anche la Romagna) sia un’eccezione in Italia, ma sono costantemente sorpreso dalla quantità di produzione culturale di tutti tipi ed espressioni. Da amministratore, ho incontrato una città letteralmente piena di pittori, scultori, scrittori, musicisti, attori, operatori culturali. Testimonia un incredibile desiderio, da parte di molti forlivesi, di elaborare l’esperienza quotidiana in una forma espressiva, di manifestare all’esterno stati d’animo e di pensiero. Forse è il risultato di un’essenziale “teatralità” del romagnolo – sempre pronto a trasformarsi in un soggetto recitante. Questo, credo, costituisce una fonte di ricchezza straordinaria, e anche un baluardo alla passività e al rassegnarsi alle possibili intemperie della vita pubblica e privata. Ma attenzione: per me il vero valore, sia in termini culturali che sociali, si costruisce attraverso un’attività di ascolto lungo e profondo. Un ascolto che vuole dire portare dentro di sé la voce dell’altro. Forse per questo, a livello personale, credo che la musica sia la forma espressiva più nobile di tutte.